Eva FrUci
La sua ricerca artistica indaga l’esperienza umana nella sua dimensione più fragile e limitale, soffermandosi sull’atto mnemonico dell’esistenza e, parallelamente, sul progressivo abbandono della memoria che accompagna il semplice fatto di essere corpi finiti.
Attraverso un approccio multimediale che comprende pittura, performance, installazioni e scrittura, sviluppa un discorso articolato sul corpo politico, la percezione sensoriale e sulla caducità della carne e della mente. La sua pratica mette in tensione presenza e assenza, materia e dissoluzione, interrogando il confine tra ciò che resta e ciò che svanisce.
Esempio della sua visone espressiva è la video performance Pietas, dove l’atto radicale di consegnarsi alle acque del mare d’inverno, espone il corpo a una fatica deliberata e un dolore controllato, come se solo mediante l’esaurimento fosse possibile riconoscerlo. Il mare così diventa spazio rituale, nel quale ci si piega verso la propria vulnerabilità senza retorica, e si riconosce, dunque ci si riconcilia, con il concetto che la redenzione non è elevazione, ma bensì permanenza nel limite.
Altro esempio della sua poetica narrativa è il progetto performativo “Io sono Tu” che attraversa il tema dell’appiattimento della coscienza e dell’apatia come forme silenziose di violenza, dove il non prendere posizione è anche una forma di violenza, cresce nelle omissioni, si sedimenta nell’abitudine a non sentire. volontà di restare neutrali i ruoli collassano: vittima e carnefice si riconoscono come parti dello stesso organismo emotivo e politico.
Riconoscersi nell’altro diventa allora un atto necessario.
Nell’opera provocatoria “Io non so abbracciare e nemmeno voi” che interroga la società contemporanea sulla propria ipocrisia e sull’indifferenza verso la sofferenza altrui, invita lo spettatore a interrogarsi sulla propria responsabilità, sulla capacità di amare e di “abbracciare” davvero.
Attraverso un approccio multimediale che comprende pittura, performance, installazioni e scrittura, sviluppa un discorso articolato sul corpo politico, la percezione sensoriale e sulla caducità della carne e della mente. La sua pratica mette in tensione presenza e assenza, materia e dissoluzione, interrogando il confine tra ciò che resta e ciò che svanisce.
Esempio della sua visone espressiva è la video performance Pietas, dove l’atto radicale di consegnarsi alle acque del mare d’inverno, espone il corpo a una fatica deliberata e un dolore controllato, come se solo mediante l’esaurimento fosse possibile riconoscerlo. Il mare così diventa spazio rituale, nel quale ci si piega verso la propria vulnerabilità senza retorica, e si riconosce, dunque ci si riconcilia, con il concetto che la redenzione non è elevazione, ma bensì permanenza nel limite.
Altro esempio della sua poetica narrativa è il progetto performativo “Io sono Tu” che attraversa il tema dell’appiattimento della coscienza e dell’apatia come forme silenziose di violenza, dove il non prendere posizione è anche una forma di violenza, cresce nelle omissioni, si sedimenta nell’abitudine a non sentire. volontà di restare neutrali i ruoli collassano: vittima e carnefice si riconoscono come parti dello stesso organismo emotivo e politico.
Riconoscersi nell’altro diventa allora un atto necessario.
Nell’opera provocatoria “Io non so abbracciare e nemmeno voi” che interroga la società contemporanea sulla propria ipocrisia e sull’indifferenza verso la sofferenza altrui, invita lo spettatore a interrogarsi sulla propria responsabilità, sulla capacità di amare e di “abbracciare” davvero.

